CENTOMILA.
Centomila è il numero stimato di coloro che risultano dispersi o caduti sotto l’insegna della repubblica sociale, mai più tornati a casa, nella tragica e fraticida guerra civile italiana Combattuta contro un fratello traditore e caino.
Commemorare i volti e i nomi, uno a uno, di questi nostri eroi è pressoché impossibile. Molti di essi son completamente svaniti nella storia, vivendo solamente nel ricordo di chi ha avuto l’onore di conoscerli, e l’onere. Perché avere certe testimonianze è un giuramento da dover tramandare.
Uno di questi è Roberto Froio.
Nato a Napoli l’8 agosto 1926, apparteneva alla 3ª Compagnia del Battaglione Paracadutisti GNR “Mazzarini”. Aveva appena diciotto anni quando, il 26 ottobre 1944, risultò disperso a Invorio Superiore, nel Novarese, insieme ai commilitoni Walter Tedesco ed Enzo Truffelli.
Non sappiamo dove riposi gloriosamente la sua salma e non esiste un verbale che racconti con precisione gli ultimi minuti di quella pattuglia.
Esiste soltanto un piccolo inciso in una vecchia rivista di reduci e caduti della repubblica sociale, che riporta un nome.
Un nome di chi a soli 18 anni sapeva quale fosse il suo lato della barricata. Dando il sacrificio estremo, a centinaia di chilometri da casa.
La ricerca storica che abbiamo condotto ha permesso di confermare i dati anagrafici e militari attraverso le fonti della Fondazione RSI e gli studi sui paracadutisti del Battaglione Mazzarini. Sappiamo che il reparto operava in Piemonte in attività di controguerriglia e che Invorio rientrava nell’area delle operazioni dell’autunno 1944. Riteniamo estremamente probabilmente riguardo la sua sorte una triste imboscata alle spalle, come era solita prassi del partigiani, alle pattuglie che si muovevano a piccoli gruppi. Risulta logica la conseguenza del perché sia stato dato per disperso, i partigiani trattandosi di combattenti non regolari e senza legge, nascondevano in fosse comuni i fascisti catturati e fucilati, per nascondere i loro crimini.
La storia di Roberto Froio è una storia napoletana.
Un ragazzo della nostra terra che lasciò i vicoli, le case e il mare di Napoli per andare a combattere in un’Italia lacerata, convinto di servire un’idea di patria e di onore. Aveva l’età che oggi hanno molti dei nostri militanti, dei ragazzi che frequentano la sezione, delle nuove generazioni che cercano radici in un tempo dove ti viene quotidianamente negata ogni tua identità.
Quando si parla del 1943-45, spesso si pretende di dividere gli italiani in personaggi da celebrare e personaggi da cancellare. Ma cancellare non significa capire. E un popolo che rinuncia a ricordare i propri morti, anche quelli scomodi, finisce per perdere una parte di sé.
Per noi Roberto Froio non è un simbolo astratto.
È un camerata napoletano disperso in guerra a diciotto anni.
È il volto di una generazione che conobbe la fame, i bombardamenti, l’occupazione e la scelta tragica della guerra fratricida. Una generazione che non ebbe il privilegio della distanza storica: ebbe soltanto l’onore di combattere.
Nel quartiere, nelle sezioni, tra chi ancora sente il peso della parola “appartenenza”, questi nomi non vengono pronunciati per nostalgia sterile, ma per affermare un principio semplice: la memoria non si consegna ai vincitori. E che non ci si limiti MAI a un culto dei morti come passato e cenere, ma che rimanga la più forte fiaccola che ci proietti nel futuro e nell’avanguardia.
Finché un ragazzo di Napoli saprà chi era Roberto Froio, quel diciottenne disperso tra le colline del Novarese non sarà stato cancellato.
E forse è proprio questo il compito di una comunità fascista: strappare dall’oblio i propri figli e restituire loro un posto nella memoria della città.
Roberto Froio presente!
