
16 aprile 1973.
Roma.
Una porta chiusa.
Una famiglia dentro.
Poi il fuoco.
Non è una “pagina degli anni di piombo”.
È un bambino di 10 anni che muore bruciato nel suo letto insime a suo fratello.
Stefano Mattei. Dieci anni.
Virgilio Mattei. Ventidue anni.
Non un simbolo.
Non uno slogan.
Un bambino e ed un ragazzo;
Il fuoco li prende nel sonno.
Non sanno perché stanno morendo.
Eppure muoiono così:
intrappolati, soffocati, bruciati vivi,
dall’anitifascismo militante.
Questa è la realtà.
Tutto il resto sono scuse.
Poi arrivano gli adulti.
Quelli delle ideologie.
Quelli delle giustificazioni.
Quelli dei distinguo.
Processi.
Fughe.
Prescrizioni.
Verità che si allungano fino a diventare nebbia.
E alla fine resta una sola cosa, semplice e insopportabile:
per quelle morti, nessuno ha pagato davvero.
Nessuno ha restituito giustizia a un bambino di dieci anni e a suo fratello di ventidue.
Nessuno ha chiuso quel conto.
E allora diciamolo senza ipocrisie:
non è solo un delitto.
È una macchia.
Una macchia sulla coscienza di un Paese che ha saputo indignarsi a giorni alterni.
Che ha scelto quando ricordare e quando dimenticare.
Che ha tollerato che la morte di un bambino venisse assorbita, spiegata, relativizzata.
Primavalle non è passato.
È una domanda ancora aperta.
Quanto vale la vita di un bambino, quanto quella di suo fratello, quanto la verità, se la vicenda può essere cancellata e poi archiviata?
Che giustizia è quella che si perde nel tempo fino a non pesare più nulla?
Il fuoco quella notte ha fatto il suo lavoro.
Ha distrutto corpi, stanze, vite.
Ma quello che è venuto dopo
— il silenzio, le mezze verità,il soccorso rosso, l’odio dello stesso colore, le connivenze—
ha fatto qualcosa di peggiore:
ha reso quelle morti senza giustizia.
