Our blood

Per anni ci hanno raccontato che la violenza politica fosse un ricordo del Novecento. Che gli “anni di piombo” fossero chiusi per sempre. Che oggi lo scontro riguardasse solo media, università, social, cultura. Non è così.

Tra il 2020 e il 2026 tre giovani militanti dell’area identitaria europea sono morti dentro la stessa battaglia: Tommie Lindh, Raul Giammatteo, Quentin Deranque. Tre storie diverse attraversate da un filo comune: immigrazione e antifascismo.

Ragazzi giovani, caduti nel laboratorio del multiculturalismo europeo e che raccontano la stessa storia: un continente che finge di essere pacificato mentre nelle sue strade scorre il sangue di una guerra non dichiarata, che miete vittime innocenti mentre le classi dirigenti parlano di valori, diritti e inclusione.

La violenza politica in Europa non è finita. Ha solo cambiato forma. Può arrivare ovunque: un pestaggio, una coltellata, un’auto lanciata contro la folla. E ogni volta si ripete lo stesso copione: neutralizzare l’episodio, minimizzare il movente, patologizzare l’aggressore, cancellare il contesto, assolvere il sistema che lo ha prodotto.

Poi c’è la sinistra europea, che da anni ha scelto di saldarsi con le istanze immigrazioniste e islamiste, trasformando l’antifascismo in una religione civile contro ogni difesa dell’identità europea. Il risultato è un’alleanza ideologica contro l’Europa dei popoli, contro la sua eredità storica, culturale e antropologica.

Dobbiamo iniziare a guardare con lucidità agli ultimi anni e riconoscere i nemici dei nostri popoli. Il sangue versato dai nostri fratelli non può restare senza nome, senza memoria, senza significato politico.

Non saremo in pace finché l’Europa non sarà libera.

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