La vittoria del Psg e l’ipocrisia dei gruppi Ultras Antifà

Di Metelliano

Il PSG è da qualche giorno campione d’Europa per il secondo anno di fila, e le scene dei “festeggiamenti” con la capitale francese messa a ferro e fuoco sono sotto gli occhi di tutti e hanno scatenato uno tsunami di considerazioni a livello trasversale in ambito politico, dall’indignazione della destra alle solite analisi psicologiche cervellotiche e giustificazioniste della sinistra.
Qui vogliamo analizzare il fenomeno da un punto di vista strettamente di campo, dagli occhi di chi segue e ama la cultura ultras innanzitutto perché ne ha fatto parte in prima persona, e porre qualche interrogativo sulla reale adattabilità tra cultura ultras e fenomeno “seconde generazioni” e estrema sinistra.
Prima ancora delle immagini del post partita, ci hanno impressionato quelle del pre partita dei gruppi e dei 90 minuti sugli spalti.
Non è certo la prima volta che vediamo all’opera Virage Auteil e Collectiv Ultras Paris, ma ogni volta non si può fare a meno di notare il colpo d’occhio di colori. E no, non ci riferiamo a magliette o bandiere, ma alla pelle di quella moltitudine di persone. Perché al di là di ogni perbenismo e del politicamente corretto, alzi la mano chi non ha mai pensato “ma come mai nelle curve di Parigi sono praticamente tutti neri o magrebini?”
La storia la sappiamo, ovvero quella di una tifoseria organizzata letteralmente decisa a tavolino circa venti anni fa dalla nuova società qatariota in collaborazione con polizia e governo una volta che gli stessi tre apparati di potere avevano eliminato i gruppi preesistenti, formati da ragazzi parigini (e non di seconda o terza generazione) fortemente nazionalisti. Eliminati letteralmente con una serie di misure che andavano dalla schedatura, al daspo o all’arresto preventivo, e sostituiti in maniera scientifica da “nuovi francesi” rigorosamente di posizioni politiche opposte.
Già questa vicenda, simile a quella degli Ultras Sur del Real Madrid banditi a vita dallo stadio, dovrebbe far riflettere molto i più su chi, negli stadi e fuori, siano i veri ribelli scomodi al potere e chi i burattini dal potere stesso creati e manovrati, ma la nostra riflessione vuole allargarsi anche al resto d’Europa e scavare più a fondo nel problema.
Di base, innanzitutto ci chiediamo in maniera molto elementare come un fenomeno ed una cultura che hanno come pilastri e fondamenta l’appartenenza alla propria terra ed il senso di comunità con i conterranei, possa essere incarnato da chi questi valori li nega a priori e o non ha radici col territorio, vedi appunto il caso PSG.
Ma andiamo nel resto d’Europa, tra i casi più famosi di tifoserie attualmente in mano all’estrema sinistra, e ci accorgiamo di altre contraddizioni enormi.
Ad Amburgo c’è il Sankt Pauli, che viene tutt’oggi spacciato come rappresentazione di un quartiere ribelle, ma che è ormai diventato quasi solo esclusivamente un brand. Ogni due weekend centinaia di ragazzi dei centri sociali di ogni parte della Germania e del mondo vanno nel loro stadio a seguire la squadra, il loro logo con teschio e la scritta “St.Pauli” possiamo vederlo su cappellini, borse o magliette addosso ad una cicciona di Bologna come su un intellettuale rachitico di Barcellona, un punk di Londra o una bancarella di Atene.
E gli spalti del loro stadio sono mediamente occupati quasi più da turisti calcistici che da sostenitori locali.
Cosa vi ricorda? Esatto, un Manchester City o un Barcellona qualsiasi che fanno merchandising per il mondo, o un Chelsea ed un Real Madrid con lo stadio occupato dalle comitive di appassionati giunte da mezza Europa.
L’unica cosa che cambia è il tipo di consumatore a cui ci si rivolge, pseudo “alternativi” dalle parti del St. Pauli e semplici appassionati di calcio magari benestanti da quella dei grandi club, ma il succo è quello: sono un brand, e ci confermano che anche nel mondo del calcio alla fine capitalismo, globalizzazione e centri sociali vanno a braccetto.
Ad Amburgo, il vero popolo locale tifa Amburgo e basta.
Restando in Germania c’è un caso molto simile a quello di Parigi, ovvero Brema. Negli anni 90 una delle curve più posizionate a destra dell’intero panorama ultras locale è stata nel giro di qualche anno totalmente svuotata con metodi repressivi di qualsiasi elemento nazionalista e ripopolata a tavolino, stavolta non con “nuovi europei” ma con tifosi di estrema sinistra, particolarmente legati alle cause pacifiste e lgbt. Guardate oggi le magnifiche coreografie arcobaleno che mettono su, grazie ai loro padroni, e chiedetevi: un movimento come quello ultras fortemente maschile e legato ad una concezione virile della vita, che fa del confronto fisico con l’avversario un caposaldo, cosa ha a che spartire col pacifismo, le bandiere arcobaleno e gli asterischi?
Andiamo in Scozia? Celtic.
Un club glorioso con oltre 130 anni di storia, fondato da nazionalisti irlandesi in esilio, riflesso sul campo di gioco di quel nazionalismo e dell’identità cattolica, e orgoglio nazionale per milioni di irlandesi sparsi per il mondo.
Ebbene oggi qualche centinaia di imbecilli che termini come nazionalismo e religione li sputano, hanno preso in mano uno spicchio di Celtic Park e si fanno profeti di quei colori.
Un altro controsenso enorme, e speriamo un fuoco di paglia che passerà presto.
Tornando in Francia un altro caso curioso è quello dell’OM, che oggi vede contrapposti due gruppi, il Commando Ultrà Marsiglia, fondatori del movimento ultras in città, che seppur di sinistra ancora vede qualche francese originale tra le sue fila, e i South Winners formati esclusivamente da magrebini. Spesso e volentieri si ammazzano di botte in curva, forse perché anche se politicamente simili, sono etnicamente diversi?
Una cosa simile accade a Lione, dove lo scorso anno un gruppetto formato da estrema sinistra e “nuovi francesi” ha provato a organizzare il tifo nella curva opposta a quella di casa dei Bad Gones, storicamente nazionalista. Qui notiamo che, come nelle strade, la sinistra si serve degli immigrati per la sua guerra ai locals, usando lo stadio come pretesto.
Potremmo andare avanti col Rayo Vallecano in Spagna, sulla cresta dell’onda ultimamente per essere arrivato in finale di Conference, realtà che è stata scoperta relativamente da poco dalle masse e che oggi vediamo romanzata e glorificata sui social da qualsiasi testata o personaggio della solita parte politica. “Hanno lo stadio che cade a pezzi, gli spogliatoi senza acqua calda e il terreno di gioco disastrato, come sono proletari!”, salvo poi gridare allo scandalo da terzo mondo quando si parla di stadi nostrani messi molto meglio. Trionfo dello sport nazionale del radical chic, l’anti italianità a tutti i costi. Ebbene se dovessimo scommettere un euro sul futuro, diremmo che il Rayo ha tutte le carte in regola per fare la stessa identica strada del St.Pauli, leggi sopra, ovvero sradicarsi pian piano dalla realtà locale e diventare simbolo internazionale. Perdere contatto con il proprio territorio e la propria storia e diventare di tutti, universale, grigio. Inclusivo, come piace dire a loro.
Di esempi ce ne sarebbero ancora tanti, ma il punto centrale della nostra riflessione ormai è chiaro a tutti. Per principio, ultras e compagni sono in antitesi, ultras e immigrati idem.
Le curve italiane degli anni 70 di matrice comunista non erano figlie dell’attuale ideologia mondialista malata, o erano spesso soltanto provocazioni estetiche, come molte di destra dell’epoca.
Una precisazione importante: noi non crediamo affatto che il movimento ultras debba per forza essere politicizzato e pendere dalla nostra parte, anzi. Ci sono decine di curve apolitiche in Europa e alcune sono tra le migliori in assoluto di tutto il panorama. Il punto cardine è che queste realtà restano comunque saldamente ancorate alla tradizione del loro territorio, ai principi del movimento, a dei valori innegoziabili insomma. E questi fattori oggettivamente li ritroviamo soltanto nelle curve nazionaliste o apolitiche, non in quelle anti nazionali che negano confini, non in quelle che predicano non violenza e non in quelle dove non importa se sui gradoni ci siano conterranei o gente nata in Gambia e Burundi, come vorrebbero lorsignori dei centri sociali.
E quando questo sogno globalista delle curve di sinistra sfuggirà di mano e travalicherà gli spalti irrompendo nelle strade, magari potremo vedere anche a Vallecas e dalle parti di Celtic Park le stesse scene di Parigi, con i nuovi tifosi della squadra locale che della propria città (che propria non è, perché un pezzo di carta non l’ha resa tale) se ne fregano e anziché difenderla festeggiano sfasciandola.
La morte del concetto di attaccamento alla terra, la morte del concetto di popolo. E quindi la morte di ogni principio ultras.

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