Calata San Marco, la memoria selettiva che fa comodo

14 aprile 1988. Napoli. Calata San Marco.
Alle 19:49 una violenta autobomba esplode davanti al circolo ricreativo militare statunitense della United Service Organizations, nel cuore della città. Il bilancio è pesante: cinque morti, quindici feriti. Tra le vittime ci sono civili italiani – Antonio Gaezza, Assunta Capuano, Guido Scocozza, Maurizio Perrone – e una giovane militare statunitense di ventuno anni, Angela Simone Santos.

Non è un incidente. Non è un “episodio di tensione”.
È terrorismo.

Dietro quell’attentato, le indagini porteranno a una pista precisa: ambienti dell’estremismo internazionale di sinistra. In particolare, il nome che emerge è quello di Junzō Okudaira, membro della Armata Rossa Giapponese, organizzazione armata di estrema sinistra con legami operativi in Medio Oriente. Accanto a lui, la figura di Fusako Shigenobu, leader storica dello stesso gruppo.

L’attacco non nasce nel vuoto. È inserito in una logica ideologica precisa: una rappresaglia contro gli Stati Uniti, a due anni dal bombardamento della Libia del 1986 (Operazione El Dorado Canyon). Non a caso, la rivendicazione parla chiaro: gli “imperialisti americani devono morire”.
Parole che non lasciano spazio a interpretazioni.

E allora viene spontanea una domanda: perché tutto questo, oggi, viene raccontato a metà?

Perché c’è una verità scomoda che raramente trova spazio nei discorsi ufficiali, nelle commemorazioni istituzionali, nei titoli dei grandi giornali: la matrice politica di quella strage. Una matrice riconducibile alla sinistra radicale internazionale, che viene sistematicamente attenuata, sfumata, quasi dissolta nel linguaggio neutro e anestetizzante delle istituzioni.

Si parla di “terrorismo internazionale”, di “anni difficili”, di “tensioni geopolitiche”. Tutto vero, per carità. Ma sempre detto senza affondare il colpo sul punto centrale: quell’attentato è anche figlio di un’ideologia. Di una visione del mondo che giustificava la violenza politica in nome di una lotta globale.

Eppure, quando il sangue porta una firma diversa, quando la responsabilità è attribuibile alla destra, allora il copione cambia radicalmente. In quei casi il movente ideologico diventa centrale, martellante, quasi ossessivo. Si ripete, si sottolinea, si scolpisce nella memoria collettiva.

Qui no.

Qui prevale la prudenza. Il silenzio. L’omissione.

Due pesi, due misure.

Da un lato la chiarezza nel definire il nemico politico; dall’altro una narrazione sfocata, che evita accuratamente di collegare i puntini. Come se dire “estrema sinistra” fosse scomodo. Come se ricordarlo disturbasse un equilibrio.

Ma la storia non è un esercizio di equilibrio. È verità.

E la verità è che a Calata San Marco, nel 1988, si è consumato un attentato terroristico con una precisa matrice ideologica, inserito in una rete internazionale di estremismo di sinistra. Negarlo, o anche solo attenuarlo, significa riscrivere i fatti.

Ricordare davvero quella strage significa avere il coraggio di dirlo. Senza timori, senza filtri, senza convenienze.

Perché una memoria selettiva non è memoria: è propaganda.

E le vittime, tutte, meritano qualcosa di più del silenzio.

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