The wall, il primo cortocircuito antifascista

di Tony F.

Il muro di Berlino, il Muro per eccellenza, the Wall per dirla con il muro stesso, Antifaschistischer Schutzwall per dirla con la realtà: la barriera di protezione antifascista che fu il primo cortocircuito antifascista oggi compie il suo trentaseiesimo anno di vita. Anzi, di morte. Per l’occorrenza si riesumeranno, come da rito, le immagini dei festeggiamenti, baci e abbracci con il coro di seghe elettriche, martelli e picconi, ma nessun fiore, nessun minuto di raccoglimento per quel numero imprecisato – la forbice va dai centoquaranta ai duecentocinquantuno – di vittime del muro.

La realtà non ci dice che oggi gli antifascisti e la sinistra tutta celebrano la caduta di un muro che loro stessi avevano costruito, mentre ostinatamente ancora inneggiano ad un mondo senza barriere e senza confini.

La realtà nemmeno racconta dei Vopos – il corpo di polizia addetto alla sorveglianza del muro – pronti a sparare contro quelli che ieri tentavano di scavalcare il muro per scappare sempre verso ovest e cercare le speranze di una vita migliore che era qualsiasi cosa non fosse la vita sotto il comunismo. In pratica, quelli che oggi loro stessi chiamano migranti e difendono urbi et orbi, senza se e senza ma.

Il 9 novembre 1949 si celebra la fine conclamata del Comunismo, si chiude in soffitta Marx per spalancare le braccia – e non solo – alle politiche del liberismo mondiale, del mondialismo. Tra capitalismo e comunismo non vi fu mai un vero scontro, non furono mai antitetici, ma, in realtà, per elevarsi a modello delle potenze mondiali ognuno fu il mutuo soccorso dell’altro. Il comunismo ogni volta che è andato al potere ha finito per perdere quella carica rivoluzionaria diventando arida burocratizzazione e mietendo vittime persino tra la sua gente attraverso la sua feroce dittatura; il capitalismo, dopo il crollo dell’Urss, ha mostrato la sua vera identità imponendo un’economia finanziaria che ha distrutto quella produttiva con la sola conseguenza del precariato, dell’ingiustizia sociale, sfruttamento e oligarchia finanziaria.

La realtà non è nemmeno la favoletta del giornalista italiano Riccardo Ehrmann al portavoce della Germania Est Gunter Schabowsky la cui risposta vacua e imprecisa portò all’afflusso di berlinesi che si portarono verso il muro abbattendolo. Meno poeticamente, il muro cadde perché non serviva più semplicemente: il capitalismo non aveva abbattuto il comunismo, ma si era sostituito a esso, era il tavolo di Yalta chiamato mondialismo a cui sedettero i due compari. Da Yalta erano troppo lontani mere dottrine sociali come “tutto nello stato, niente al di fuori dello stato, nulla contro lo stato”, anzi lo Stato inizia sempre più a scomparire dalla vita del cittadino perché ostacola il processo della globalizzazione. Ecco che la sinistra cosmopolita inizia a sradicare valori come sesso, razza, identità, tradizione. Ecco servito il surrogato dello stato che su modello STASI-KGB e la conseguente censura. Conquiste rivoluzionarie come lavoro, sanità, istruzione, previdenza sociale e assistenza sociale vengono progressivamente cancellate in nome della precarizzazione e dell’imposizione della carenza di risorse di maltusiana memoria. Ecco che il popolo, il cittadino da attore principale e creatore principale dello stato viene ridotto alla funzione di mero consumatore. È la fine dello stato corporativista fascista su cui era stato gettata la cortina di ferro che non cade certo perché la Germania Est aveva risposto elargendo maggiore libertà alle sempre maggiori pressanti richieste popolari. La sconfitta del fascismo ha segnato la fine della supremazia europea e l’esclusione di quest’ultima dai protagonisti della storia. Bello almeno quanto finto stampare a Francoforte sul Meno bigliettoni che recano porte e ponti ideali, se poi un ponte reale, quello sullo Stretto di Messina, ha tutti contro.

Al netto del mondo petaloso e colorato con i soli colori dell’arcobaleno, i festeggiamenti sulle proprie macerie li lasciamo ai professionisti dell’antifascismo, quelli che con un muro avrebbero voluto preservare la “Germania democratica dalle infiltrazioni fasciste” e che in cinquemila tentarono di valicare per abbandonare gulag, fame e purghe.

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *