Ciao Bossi, insegna agli angeli a non stare mai con i fascisti.

Moriva ieri Umberto Bossi, fondatore della Lega.
Ma quanti conoscono la sua vera storia?
Quanti sanno che la Lega nasce come un movimento fortemente caratterizzato dall’antifascismo proprio per volere del suo fondatore e della sua classe dirigente?

Nato a Castano Magnago il 19.9.1941, da una famiglia di estrazione antifascista. ( La nonna Celeste, nota socialista,nascondeva un ritratto di Matteotti in casa durante il ventennio).
Esistono diverse testimonianze della militanza di Bossi a sinistra negli anni giovanili, anche se non fu un sessantottino. Nei primi anni ’70 militò, in rapida successione, nel gruppo comunista de “Il Manifesto”, nel Partito di Unità Proletaria per il Comunismo, nell’ARCI e nei movimenti ambientalisti. Nel 1975 risultava iscritto al Partito Comunista Italiano (PCI), in quanto versava un contributo d’iscrizione presso la sezione locale di Verghera di Samarate. Dai registri ufficiali dell’organizzazione risultava essere registrato in qualità di medico, pur non avendo mai conseguito né la laurea né il titolo abilitante all’esercizio della professione.
Inizialmente negata la militanza comunista, in seguito ammise che per alcuni mesi, tra il 1974 e 1975, fu impegnato in un’iniziativa di solidarietà del PCI di Verghera di Samarate, collaborando all’organizzazione di una raccolta di fondi a sostegno dei dissidenti del regime dittatoriale di Pinochet. Il conferimento della tessera potrebbe essere avvenuto per l’impegno svolto a favore del partito.

Il posizionamento politico di Bossi non cambiò con la fondazione della Lega, anzi: l’antifascismo era parte funzionale della visione del mondo leghista, tant’è che esso stesso si definiva apertamente antifascista e non era una sfumatura o un dettaglio secondario, ma parte integrante della propria identità politica, perché nelle sue origini il federalismo veniva presentato come una garanzia di libertà contro ogni concentrazione di potere e quindi contro il rischio di nuove derive autoritarie, con Umberto Bossi che arrivava a sostenere in Parlamento che proprio dall’esperienza antifascista nasceva l’idea delle autonomie regionali come strumento democratico.
In quegli anni il messaggio era chiaro, diretto, senza ambiguità, tanto che lo stesso Senatùr dichiarava che non ci sarebbe mai stato alcun accordo con i fascisti o con i loro eredi, rivendicando una continuità ideale con la Resistenza e con una certa tradizione popolare e territoriale che vedeva nello Stato centrale un possibile pericolo più che una protezione.
All’inizio del febbraio 1994, durante un convegno della Lega a Bologna Bossi è categorico: “Non faremo mai un accordo politico con il Msi. Noi siamo quelli che continuano la lotta per la liberazione fatta dai partigiani e tradita dalla partitocrazia. Mai con i fascisti o con i nipoti dei fascisti”.
Le cose iniziano a cambiare solo dopo l’Accordo con Berlusconi del 1994, dopo che la Lega va al governo insieme a forze che provenivano direttamente dall’esperienza post-fascista, mentre nelle piazze del 25 aprile 1994 (di cui fino a quel momento i leghisti erano parte integrante) Bossi viene contestato e accusato di tradimento; lui stesso dichiarerà: “Noi abbiamo fatto la moderna storia della liberazione, quella della Lega contro la partitocrazia. Ci mancherebbe altro che non venissimo in piazza a manifestare per la Liberazione. C’è un alto valore simbolico perché segna il punto di partenza di una nuova epoca che vede esplodere nella coscienza del popolo l’ideale del federalismo”.
Dopo la rottura col governo Berlusconi, nel gennaio 1995, la linea del partito cambia direzione e comincia a costruire una nuova retorica in cui la Lega stessa si presenta come una sorta di novella Resistenza, spostando il significato della parola fascismo dal suo contesto storico ad un uso più elastico e polemico contro gli avversari politici del momento, in una trasformazione che non è solo linguistica ma profondamente politica, perché il nemico non è più il fascismo in quanto tale ma ciò che di volta in volta viene identificato come un” nuovo sistema oppressivo”, sia esso mediatico, economico o istituzionale.
Il 28 marzo «Lombardia Autonomista» titola “1945-1995: la Resistenza continua!”, spiegando che al partito “non restava altro che recidere subito un cordone ombelicale che aveva tutta l’intenzione di continuare a nutrire il Paese con la politica dell’aggiustamento, della consorteria massonica, mafiosa, tenuta insieme dalla malta del nazionalismo fascista”.

Questa deriva si accentua ulteriormente, con attacchi sempre più duri allo Stato italiano, il rifiuto di simboli nazionali come il Tricolore e una spinta apertamente secessionista che porta la Lega a ridefinire completamente il proprio campo di battaglia.

Tuttavia la parabola neosecessionista e neoresistenziale della Lega dura poco, tempo di un flirt con il centrosinistra col fine di farsi approvare una maggiore autonomia regionale che fallisce totalmente, arrivando poi al periodo degli scandali che hanno visto coinvolta tutta la famiglia Bossi e che porteranno ad un cambiamento di leadership ma anche di collocamento politico.
E’ noto che la “svolta nazionale” della Lega sia una cosa recentissima dovuta a Salvini, che con il vecchio leader condivide una provenienza a dir poco “opinabile” (giovane comunista padano, frequentatore del Leonka) ma che rispetto a lui è riuscito a ritagliarsi uno spazio “a destra” laddove il partito storico non sarebbe mai voluto collocare ma che per ragioni di mera real-politik si è trovato come ultimo scranno vuoto da occupare, complici anche i molteplici frazionamenti in seno alla destra post-missina che hanno visto una ricomposizione solo con l’avvento di Giorgia Meloni.
Cosa ci resta quindi, nel 2026, della memoria di Umberto Bossi, secessionista ed antifascista? Nulla.
E questo basta per far capire la siderale distanza che può separare l’esperienza della Lega storica sia col suo passato sia col nostro mondo.
Con tutto il rispetto possibile della morte, ma le riabilitazioni postume di individui che hanno sputato sui nostri simboli e sui nostri valori non ci interessano.
Quindi, tutto sommato, pure di Bossi possiamo farne allegramente a meno

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