C’è resistenza e Resistenza.

C’è chi resiste alle bombe americane, e c’è stato pure chi agli invasori americani sventolava le bandierine;

Le tensioni tra Stati Uniti, Israele e Iran hanno riportato il Medio Oriente al centro dell’attenzione globale: minacce, aperture improvvise e il rischio di una ulteriore escalation continuano a dominare le cronache internazionali.
In Italia, come prevedibile, il conflitto è stato subito assorbito nel dibattito politico: dalle valutazioni sul rischio economico agli scenari militari, ogni mossa viene letta come possibile spartiacque ed è diventato immediatamente il nuovo cavallo su cui puntare per ll’opposizione, sempre alla ricerca di una qualche argomentazione da utilizzare come clava contro il governo.
Un “endorsement”, quello per il regime iraniano, che risulta piuttosto curioso da parte della sinistra progressista tricolore.
Vi è certo la classica retorica antiamericana, anticapitalista e terzomondista.
Un’argomentazione che piace più alle piazze contestatrici che alla sinistra istituzionale che, quando è stata al governo, ha coltivato senza alcuna contestazione il rapporto con il gigante a stelle e strisce; risulta difficile infatti ricordare critiche feroci ai vari interventi armati dei governi dem in giro per il mondo, così come è impossibile non ricordare l’appoggio fornito dal governo D’Alema ai bombardamenti su Belgrado, quindi l’accusa al centro destra di essere troppo prono nei confronti dell’ingombrante alleato pur essendo un leit motiv dell’opposizione, dimostra il soliro, retorico doppiopesismo di cui sono capaci i dem di ogni latitudine.

E’ però un’associazione piuttosto curiosa quella della sinistra italiana con lo stato iraniano.
Tralasciando, per il momento, l’evidente contrasto tra le posizioni turbo progressiste dei democratici locali e la visione teocratica degli Ayatollah vi è una contraddizione storica che sfiora il paradosso.
Le immagini che circolano sulla rete ci mostrano una gioventù iraniana che, lungi dall’abbandonare il regime aprendo le braccia ai liberatori, scende nelle strade mostrando il suo sostegno alla Nazione.
Invero, nell’ultimo anno non erano mancate manifestazioni della gioventù iraniana contro il governo con richieste di riforme e rinnovamento né una decisa repressione delle stesse, ma il momento tragico dell’attacco sembra piuttosto aver ricompattato il popolo persiano nella difesa dello Stato.

Non mancano in rete video dei ragazzi iraniani che, armati della bandiera nazionale, invadono strade e piazza per difendere fisicamente dai bombardamenti i palazzi dello Stato e le città.
Piazze piene di tricolori sventolati da gente che coraggiosamente rischia la propria vita per mostrare la determinazione di un popolo e scoraggiare gli attacchi americani.
Come può questo coniugarsi con chi ha fatto della resistenza e della lotta partigiana il suo mito mobilitante?
E’ evidente il contrasto con chi ha chiamato gli stessi bombardamenti americani sul suo suolo “liberazione” ed è arrivato a favorirli violando il coprifuoco e accendendo le luci delle case per segnalare gli obiettivi cittadini agli aerei americani.
Come può chi vive nel mito di quanti, gettata la divisa, corsero a fiancheggiare e attendere festante l’esercito americano che risaliva la penisola solidarizzare con chi oggi rischia la sua stessa vita per ergersi a difendere la nazione dall’invasore?

La soluzione a questa evidente contraddizione è nella continua ricerca di un perdente da idolatrare da parte della sinistra, un retaggio di un marxismo culturale che, avendo da decenni abbandonato la lotta al capitale, ha mantenuto solo la categoria dello sfruttato contro lo sfruttatore riedita con ogni possibile lettura.
Non si tratta nemmeno della fascinazione per chi eroicamente si batte contro un nemico soverchiante, ma la semplice ricerca di una vittima da narrare come imbelle e priva di ogni forza.

E’ forse per questo che la causa iraniana viene sì sfruttata politicamente, ma attraverso una solidarietà più timida rispetto a quella palestinese.

L’Iran ha dimostrato in questo conflitto che, nonostante la decapitazione della sua classe dirigente e pur trovandosi ad affrontare un nemico dotato di una potenza militare infinitamente superiore, ha ancora le sue carte da giocare e sfruttando il controllo dello stretto di Hormuz di poter mettere in seria difficoltà l’aggressore.
Vi è addirittura il rischio che questo sconfitto “designato” finisca per uscire persino trionfante dallo scontro, almeno a livello diplomatico.
Una speranza questa di cui è invece, purtroppo, privo il popolo palestinese.

Non è quindi un caso che la bandiera palestinese sia diventata quasi il simbolo delle manifestazioni dell’opposizione italiana.
Poco conta che a Gaza i concetti di femminismo e di uguaglianza di genere siano un argomento che riscuote pochissimo successo, che i diritti lgbt non siano affatto contemplati, e che Hamas sia, sin dalla fondazione, dichiaratamente anticomunista.
Perfino l’appoggio fondamentale dell’Urss alla nascita dello Stato di Israele sembra essere dimenticato.
Privati persino dell’eroica, romantica – e sin troppo nazionalista – narrazione di un popolo che da decenni si batte per difendere la sua terra fecondata dal sangue dei suoi martiri, i palestinesi sono ritratti come le vittime passive per eccellenza.
I predestinati alla sconfitta e ad un’inevitabile eliminazione.
Una spersonalizzazione così profonda da rendere la loro bandiera adatta persino al gay pride.
Talmente inferiori rispetto al nemico da rassicurare le schiere sinistre che mai potranno deluderle con un qualche spiraglio di vittoria costringendoli ad un veloce disinnamoramento.

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