MAMMA, VADO A FARE LA RIVOLUZIONE. MI ACCOMPAGNI?

C’erano una volta i giovani ribelli, quelli che sfidavano l’autorità, contestavano i padri e pretendevano di rovesciare il mondo. Venerdi, a Bologna, abbiamo raggiunto una nuova frontiera dell’avanguardia rivoluzionaria: gli studenti scendono in piazza accompagnati dalle mamme, rigorosamente vestite di rosso, pronte a formare un cordone protettivo attorno ai propri pargoli. La rivoluzione proletaria si è finalmente evoluta nella sua forma più avanzata: la rivoluzione con accompagnamento genitoriale.

La scena è talmente grottesca che nemmeno il miglior autore satirico avrebbe potuto immaginarla. Ragazzini che si riempiono la bocca di antifascismo, resistenza, lotta e rivoluzione, che fantasticano di abbattere il sistema e sfidare il potere costituito, ma che evidentemente non possono affrontare un corteo senza la supervisione materna. Si può contestare lo Stato, purché mamma sia nei paraggi a garantire che non succeda nulla di spiacevole. Si può giocare agli insorti, naturalmente, ma soltanto con tutte le protezioni del caso, perché un conto è atteggiarsi a rivoluzionari e un altro è assumersi personalmente i rischi delle proprie scelte.

In fondo, questa vicenda è la rappresentazione perfetta di un certo ribellismo borghese contemporaneo, quello di una generazione di piccoli privilegiati cresciuti nella bambagia, abituati a considerare ogni disagio un sopruso e ogni contrarietà una violenza insopportabile. Borghesotti viziati che indossano la rivoluzione come indosserebbero un capo alla moda, facendo della contestazione una posa estetica, un’esperienza da raccontare sui social, possibilmente senza rinunciare alle comodità e alle sicurezze del proprio ambiente familiare. Non combattono il mondo borghese: ne sono una delle espressioni più caricaturali, con la presunzione di sentirsi ribelli mentre continuano a dipendere da quello stesso universo protettivo che li ha allevati.

È il paradosso culturale di chi costruisce la propria identità politica sull’immaginario della lotta e della disobbedienza, salvo poi affidare alla famiglia il compito di proteggerlo dalle conseguenze e dai rischi della partecipazione politica. È il cortocircuito di una ribellione che vorrebbe apparire radicale senza rinunciare alla tutela permanente, di un antagonismo che pretende di sfidare l’autorità ma non riesce nemmeno a emanciparsi dal cordone ombelicale, ritratto impietoso che questa vicenda offre di un certo universo giovanile. Perché la ribellione senza autonomia è soltanto una recita, e l’anticonformismo che ha bisogno della protezione di mamma finisce per essere la più conformista delle rappresentazioni.

Altro che giovani rivoluzionari pronti a cambiare il mondo. Siamo davanti alla generazione della contestazione assistita, dei barricaderi con la tutela genitoriale, degli insorti a rischio zero.

Compagni, la rivoluzione può attendere. Prima bisogna chiedere a mamma se ci viene a prendere.

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