SENZA DIFESA NON C’È WELFARE

La falsa contrapposizione tra sicurezza e diritti sociali

C’è una narrazione tanto semplice quanto illusoria che attraversa larga parte della sinistra e viene rilanciata per convenienza elettorale, anche da settori della destra e perfino di quella radicale: ogni euro destinato alla difesa sarebbe un euro sottratto alla sanità, all’istruzione, allo Stato sociale. «Meno armi, più ospedali» è uno slogan di indubbia efficacia comunicativa, che però nasconde una contrapposizione profondamente discutibile, quella tra sicurezza e benessere, come se la prima fosse un capriccio superfluo anziché una delle condizioni necessarie per garantire il secondo. Seguendo questa logica, uno Stato potrebbe semplicemente rinunciare alla propria difesa, destinare tutte le risorse risparmiate ai servizi pubblici e continuare a godere indisturbato della propria prosperità. Peccato che gli Stati non esistano nel vuoto, ma in un mondo attraversato da interessi contrapposti, competizione geopolitica, minacce militari, ricatti economici e aggressioni informatiche, nel quale la pace non è garantita dalle buone intenzioni.

È proprio qui che entra in gioco il principio della deterrenza: disporre di capacità militari sufficienti a rendere il costo di un’aggressione troppo elevato per chi intendesse intraprenderla. La difesa, dunque, non serve soltanto a combattere una guerra, ma innanzitutto a scoraggiarla e, qualora la deterrenza fallisse, a proteggere la popolazione, le infrastrutture e le istituzioni. A cosa serve costruire un ospedale se non si è in grado di proteggerlo dai missili? A cosa serve investire in una scuola se non si possono garantire le condizioni affinché continui a funzionare? L’Ucraina offre una dimostrazione drammatica di quanto un conflitto possa devastare proprio quelle strutture sociali che si vorrebbero tutelare: ospedali colpiti, scuole distrutte, infrastrutture energetiche danneggiate e intere comunità private dei servizi essenziali. Ovviamente non è che qualsiasi investimento militare sia giustificato o che una difesa adeguata renda impossibile subire un’aggressione, ma dimostra quanto sia illusorio pensare di poter preservare indefinitamente il proprio modello sociale senza preoccuparsi delle condizioni materiali e strategiche che ne consentono l’esistenza.

Naturalmente, le risorse pubbliche non sono infinite e ogni bilancio comporta scelte, priorità e rinunce, e le spese militari possono sottrarre risorse ad altri settori, ma riconoscere l’esistenza di un vincolo di bilancio è ben diverso dal considerare la difesa una spesa improduttiva per definizione. Il confronto dovrebbe riguardare quanto spendere, per quali capacità e con quali risultati, tenendo presente che la sicurezza rappresenta essa stessa un interesse primario collettivo. Il punto non è scegliere astrattamente tra difesa e welfare, ma comprendere che i due ambiti svolgono funzioni che possono essere complementari.

La questione politica ed economica fondamentale è invece troppo spesso trascurata nel dibattito: dove vengono spesi i soldi destinati alla difesa? Acquistare sistemi d’arma interamente prodotti all’estero non produce gli stessi effetti economici di un investimento in una filiera industriale italiana ed europea. Sviluppare una propria capacità produttiva significa alimentare ricerca scientifica, tecnologia, elettronica, aerospazio, cantieristica, cybersecurity e occupazione qualificata, generando competenze e innovazioni che possono trovare applicazione anche in ambito civile. Una parte delle risorse investite ritorna così nel tessuto economico sotto forma di salari, posti di lavoro, infrastrutture, commesse, sviluppo industriale e gettito fiscale, contribuendo a rafforzare la capacità produttiva del continente. Non si tratta di un meccanismo automatico, perché servono programmazione, controllo della spesa ed efficienza industriale, ma di una possibilità concreta che rende la distinzione tra acquisti esteri e investimenti in una filiera europea di fondamentale importanza.

Sul terreno geopolitico emerge poi un’ulteriore contraddizione. Una parte delle stesse forze politiche che contestano il rafforzamento della difesa europea denuncia abitualmente la subordinazione del continente agli Stati Uniti e alla NATO, rivendicando un’Europa autonoma, capace di esprimere una propria politica estera e di perseguire interessi distinti da quelli di Washington. Ma come si può pensare di affrancarsi dalla tutela americana senza costruire gli strumenti necessari per rendere credibile questa autonomia? Un continente incapace di provvedere alla propria sicurezza sarebbe inevitabilmente più dipendente dalle garanzie militari offerte da altri e, di conseguenza, dalle loro priorità strategiche. Al contrario, un’Europa dotata di una propria industria della difesa, di capacità militari adeguate e di una strategia comune potrebbe finalmente aspirare a essere un soggetto geopolitico, anziché limitarsi a essere il territorio sul quale si confrontano gli interessi delle altre potenze.

Rafforzare la difesa europea può significare creare le condizioni materiali per poter scegliere autonomamente quale rapporto mantenere con gli Stati Uniti, senza dipendere in maniera determinante dalla loro protezione. L’autonomia politica, infatti, non si proclama: si costruisce attraverso la capacità di sostenere le proprie decisioni anche sul piano economico, tecnologico e militare. È paradossale invocare l’indipendenza da Washington e, contemporaneamente, osteggiare proprio gli investimenti che potrebbero ridurre la dipendenza europea dal suo apparato militare. Un’Europa disarmata non sarebbe necessariamente un’Europa più libera o più pacifica; rischierebbe, piuttosto, di essere un’Europa costretta a continuare ad affidare ad altri la propria sicurezza e, con essa, la propria sovranità.

Il pacifismo degli slogan e le invocazioni al disarmo possono esercitare un indubbio fascino morale su una popolazione educata da 80 anni al rifiuto del coraggio e della marzialità, ma si sgretola di fronte a una realtà nella quale non tutti gli attori internazionali condividono gli stessi principi o sono disposti a rinunciare all’uso della forza. Il disarmo unilaterale non elimina gli arsenali altrui, così come la volontà di non combattere non impedisce automaticamente a qualcun altro di aggredire. Questo non significa rifiutare la diplomazia, o il soft power, che restano strumenti fondamentali della politica estera, ma riconoscere che una pace durevole richiede anche garanzie credibili e un equilibrio capace di scoraggiare il ricorso alla violenza.

La questione, in definitiva, non riguarda soltanto il bilancio della difesa, ma il modello di società e il ruolo internazionale che l’Europa intende costruire. Se vogliamo preservare il nostro sistema sanitario, la scuola pubblica, lo standard sociale e di vita raggiunto, dobbiamo preoccuparci anche della capacità di difendere le condizioni politiche, economiche e territoriali che li rendono possibili. Allo stesso modo, se vogliamo un’Europa sovrana, capace di non dipendere dalle scelte strategiche di Washington, dobbiamo accettare che questa autonomia abbia un costo e richieda investimenti, coordinamento e responsabilità.

Siamo consapevoli che questo ragionamento sia assai meno immediato e popolare di uno slogan contro le spese militari, soprattutto in un dibattito pubblico nel quale la complessità viene frequentemente sacrificata sull’altare del consenso. Per chi deve raccogliere voti, assecondare le convinzioni più diffuse può risultare politicamente più conveniente che metterle in discussione, ed è anche così che argomenti difficili finiscono per essere semplificati fino a perdere il loro significato. Noi, però, non abbiamo fini elettorali, candidature da sostenere o consenso da inseguire e proprio per questo sentiamo il dovere di esprimere ciò che riteniamo vero, anche quando è scomodo, impopolare o difficile da accettare. Non abbiamo bisogno di raccontare ciò che le persone desiderano sentirsi dire, ma di affrontare la realtà per quella che è, con le sue contraddizioni e le sue necessità, senza pretendere che possa adattarsi ai nostri desideri. Perché la responsabilità di chi vuole contribuire alla formazione di una coscienza politica non consiste nell’alimentare illusioni rassicuranti, ma nel fornire gli strumenti per comprendere il mondo e affrontarlo.

La difesa non deve essere il fine di una società, ma uno degli strumenti attraverso i quali quella società può continuare a esistere, prosperare e decidere liberamente del proprio futuro.

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