Non poteva che iniziare in questo modo un articolo che ricorda la figura di Santo Pelliccia, sublime figlio della nostra terra, Uomo che, nel silenzio e nell’azione, ha scritto indelebilmente il proprio nome nella Storia ma soprattutto nell’animo di chi avuto la fortuna di incrociarne la via.
Santo Pelliccia nasce a Casalnuovo di Napoli nel 1923 e dopo essersi arruolato (diciassettenne) nel Regio Esercito viene scelto per la Regia Scuola di Paracadutismo, a Tarquinia, dove nel ‘41 riceverà il brevetto e dopo cui verrà inquadrato nella X Compagnia, IV Battaglione, 187° Reggimento della Divisione Paracadutisti “Folgore” con cui – nell’ottobre del 1942 – è in Egitto, ad El Alamein.
Proprio in questo inferno di sabbia e sangue si forgia il mito dell’invincibile Divisione Folgore: poche centinaia di ragazzi italiani, senza rifornimenti, senza acqua, senza munizioni tengono in scacco le divisioni corazzate inglesi, che ormai stavano prendendo il totale controllo del nord Africa.
Solo 300 torneranno a casa.
Santo era uno di quei 300.
Uno dei Leoni della Folgore.
Dopo quattro anni di prigionia ed il ritorno in Italia, dal 1949 si stabilisce a Nettuno, arruolandosi nella Polizia di Stato, dove si farà conoscere per la gigantesca statura morale, per la mente lucidissima e soprattutto per la fierezza con cui amava raccontare le sue storie vissute con la divisa coloniale color cachi addosso, che si era fatto ricucire dalla sorella, identica a quella originale. Qualche conoscente, tra i tanti che si potevano incontrare durante le Feste di Specialità od ai raduni dei reduci, raccontava della soggezione e del rispetto che incuteva il suo sguardo, potente e penetrante, in contrapposizione con una fisicità contenuta sebbene atletica ed operativa fino alla tarda età.
In un mondo di gente che frettolosamente rinfodera la spada e rinnega il suo passato, Sante Pelliccia non solo lo rievocava, ma lo rivendicava con l’orgoglio del soldato: “ero quello che sono e sono sempre rimasto quello che ero” è la frase che apre il libro che raccoglie le sue memorie, “El Alamein. Sabbia d’intorno, roccia nel cuore” che più di ogni altra valutazione restituisce il peso, umano ed etico, di un personaggio che avrebbe potuto comodamente fare il salto della barricata per garantirsi un più comodo rientro nella società civile post-bellica e, chissà, qualche brillante stelletta in più appesa alla divisa.
Ecco perché, tanto per un militare in congedo quanto per un giovanotto che vuole approfondire le vicissitudini del nostro paese durante la Seconda Guerra mondiale, le sue memorie sono una preziosa fonte a cui abbeverarsi: da un lato, l’esempio del soldato che compie il suo dovere a cospetto del proprio paese, dall’altro il mito dell’eroe che difende una posizione già persa sulla carta “ogni oltre ragionevole dubbio”, perché la consegna era quella e perché l’onore d’Italia andava difeso, a qualsiasi costo.
Noi oggi lo ricordiamo, con un semplice articolo, a pochi giorni dal settimo anniversario della sua dipartita terrena, con l’intento di farne conoscere la figura e di portarne avanti la memoria, storica ed morale, specialmente in questo tempo infame di capponi in divisa travestiti da aquile in picchiata.
Santo Pelliccia, PRESENTE!
