Come recita un antico adagio: “La realtà è quel muro su cui ti schianti a 100 km/h mentre continui a ripeterti che il muro non esiste, è solo una percezione”
Ci hanno ripetuto centinaia di volte che la remigrazione è inattuabile ed eticamente inaccettabile, che il domani passa inevitabilmente attraverso un orizzonte arcobaleno di diritti e integrazione, di abbattimento dei confini e rifiuto di ogni tipo di controllo delle frontiere.
Siamo però piuttosto convinti che l’immagine di quel minivan lanciato sulla folla festante del Pride berlinese sia stata un brusco risveglio per i tanti partecipanti imbevuti di tutta la retorica progressista.
Forse qualcuno di loro si è davvero chiesto se tutti gli slogan ripetuti per anni sull’accoglienza e sull’integrazione non fossero soltanto parole, mentre davanti ai loro occhi il “cittadino tedesco” Abdul Ballout lanciava il suo minivan contro la folla e poi scendeva dall’auto brandendo un machete sui variopinti partecipanti.
Intendiamoci. Sappiamo già che nelle prossime ore i media accorreranno adducendo profonde controargomentazioni e dotte tesi pur di non ammettere la realtà, pur di non interrompere quell’ubriacatura generale, tutta occidentale, che da anni dobbiamo subire sotto forma di rieducazione forzata.
La stessa rieducazione era stata tentata, così apprendiamo dalla stampa internazionale, sullo stesso Abdul.
Il giovane era già stato segnalato mentre tentava di unirsi all’Isis, ma era tornato presto libero col solo obbligo di frequentare un “corso di deradicalizzazione”.
Nemmeno la volontà di andare a combattere e morire per lo Stato Islamico era bastata come evidenza dell’impossibilità di integrare visioni del mondo profondamente divergenti.
La realtà è lì, di fronte agli occhi di tutti, stesa sull’asfalto di Berlino tra le bandiere arcobaleno e i tanga fosforescenti.
Buon Pride a chi ancora si rifiuta di vedere.

