La strage (dimenticata) dei monarchici napoletani. I fatti di via Medina.

Ci fu un tempo in cui a Napoli si moriva, e lo si faceva avvolti nel Tricolore e per il Re di Casa Savoia.
Certo, ad alcuni questa verità apparirà strana, insolita, quasi sconosciuta. Eppure è parte integrante della storia di questa città.
Si parla spesso di una Napoli antifascista; altri, addirittura, parlano di una Napoli “neoborbonica”, ma entrambe queste narrazioni risultano parziali e perdono consistenza di fronte alla verità storica: c’è stato un tempo in cui Napoli era la città più monarchica d’Italia, una città nella quale migliaia di uomini scendevano in piazza e morivano per la loro idea di Patria e di unità nazionale.
Basta riportare indietro le lancette dell’orologio di qualche anno. Al 1946.
Giugno 1946.
L’Italia è spaccata in due. A Napoli la Monarchia ottiene quasi l’82% dei voti, mentre il misero restante 18% va ai repubblicani, guidati dal Pci. Mentre a Roma si discute ancora dei ricorsi e della validità del referendum istituzionale, nelle strade della città esplode la tensione.
Tra il 7 e l’11 giugno sfilano migliaia di uomini coi tricolori ed alcuni di loro, giovani napoletani poco più che ventenni, moriranno durante lo svolgersi degli eventi.
Il 7 giugno una bomba, lanciata da militanti comunisti secondo le cronache dell’epoca, ferisce quattro monarchici e uccide il ventenne Ciro De Martino. Negli scontri che seguono, l’8 giugno, cadono uccisi dalla polizia, mandata a sedare la situazione dal sottosegretario del Pci Amnendola, Carlo Russo, appena quattordicenne, e Gaetano D’Alessandro, sedicenne.
La tensione di quei giorni cresce a dismisura fino a esplodere definitivamente l’11 giugno 1946.
Quel giorno si diffonde la voce che presso la federazione comunista di Via Medina sia stata esposta, accanto alla bandiera rossa, una bandiera antimonarchica. Una folla inferocita, alla testa di un corteo di circa diecimila persone, si dirige allora verso la sede comunista, intenzionata a rimuovere il vessillo, considerato offensivo.
A quel punto scoppia il finimondo.
Dalla sede comunista qualcuno lancia una granata sulla folla e da lì iniziano violentissimi scontri durante i quali le forze dell’ordine intervengono sparando anche con armi automatiche per disperdere i manifestanti e proteggere la sede del PCI.
Ida Cavaliere, diciannovenne studentessa, giunge in testa al corteo avvolta in una bandiera monarchica. «Viva il Re!» fa appena in tempo a gridare prima di essere travolta da un autoblindo della polizia e morire sul colpo.
Da quel momento la rabbia esplode senza più controllo.
Alcuni manifestanti tentano di assaltare l’edificio. Vincenzo Di Guida, marinaio della Regia Marina, viene colpito alla nuca da un proiettile. Mario Fioretti, suo commilitone ventunenne, cade sotto una raffica di mitra.
Nel caos che segue si contano altri morti: Gaetano D’Alessandro (16 anni), Michele Pappalardo (22 anni), Francesco D’Azzo (21 anni), Guido Beninati e Felice Chirico.
A fine giornata il bilancio è drammatico: nove morti e circa cento feriti, cinquantuno dei quali gravi. Dieci di questi moriranno nei mesi avvenire.
Oggi, nonostante le nostre profonde riserve sulla Monarchia e sulla dinastia sabauda, il nostro ricordo va a queste vittime. Ragazzi e uomini che caddero per un’idea d’Italia diversa dalla nostra, ma che per quella stessa idea furono disposti a rischiare e perdere la vita.
Eppure il loro sacrificio è stato quasi completamente cancellato dalla memoria pubblica, dimenticati da uno Stato che troppo spesso sembra operare una scelta selettiva della memoria, decidendo chi meriti di essere ricordato e chi, invece, debba essere lasciato all’oblio.
A noi resta solo una considerazione: la strage di Via Medina resta una delle più gravi pagine rimosse della storia italiana del dopoguerra.
E proprio per questo merita di essere ricordata8

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