Cronaca annunciata della morte di una capitale europea

Parigi.
Il solo nome della capitale francese evoca immediatamente nella mente di ogni europeo l’immagine dei grandi boulevard alberati dove coppie innamorate passeggiano mano nella mano tra pittori di strada e bancarelle di libri dove riconoscere i nomi immortali di Dumas, Balzac e Céline.
La Parigi degli eleganti café con il sottofondo naturale della voce incantevole di Edith Piaf.

Parigi, maggio 2026

Una colonna di fumo nero si alza davanti alla Torre Eiffel.
Nelle strade tra i roghi ancora accesi le carcasse delle auto devastate e le vetrine infrante.
Gruppi di giovani si riversano nelle vie della città devastando, come sciame di locuste, tutto ciò che incontrano sulla loro strada, bruciando e saccheggiando tutto quello che riescono a trovare.
Sono i “nuovi francesi”, quelli di terza e quarta generazione.
Quelli di cui i giornalisti progressisti e i registi impegnati per anni hanno parlato “romanticamente” raccontandoci la “bellezza” e la “poesia” del melting pot culturale e del rimescolarsi delle culture.
Dai quartieri periferici, dai palazzoni in cemento delle banlieu, si sono riversati nel centro trasformando in una notte la Parigi delle pagine di Hugo in quella dei romanzi di Obertone.

I numeri dei “festeggiamenti” sono spaventosi: centinaia di arresti, di feriti di cui decine gravi e persino un morto.
E’ l’immagine di una capitale d’Europa violata dalla violenza e dalla barbarie di chi non si sente di appartenervi nonostante vi sia nato, di chi non vuole farne parte, nonostante non sia mai stato nei paesi d’origine dei genitori o dei nonni.
E’ la fine delle belle chiacchiere dei soloni dell’immigrazione, o forse no, perché già li vediamo pronti a giustificare tutto appellandosi al disagio e alla povertà, attaccandosi ancora una volta ad un senso di colpa instillato come veleno nelle vene dei francesi e di tutti i popoli europei.

La domanda che nasce osservando quel fumo denso e scuro nascondere il profilo della capitale francese è:”come siamo arrivati a questo punto?”

Era il 1973 quando Jean Raspail dalle pagine del suo “il campo dei santi” lanciava il suo monito.
La sua penna aveva già descritto come tutta la bellezza creata dal nostro mondo non sarebbe stata capita dalle genti che sarebbero giunte.
Sarebbe stata per loro priva di significato, l’avrebbero odiata al punto di darla alle fiamme.
Una “voce”, quella dello scrittore francese, che abbiamo ignorato per tutti questi lunghi anni.

Resta ancora una “voce” da ascoltare, da lasciar risuonare nella testa e nei cuori di tutti i figli d’Europa ancora disposti a battersi per un futuro diverso.
La “voce” di un Uomo, Dominique Venner, che una sera di maggio ha scelto di dare la sua vita come offerta per il risveglio della sua gente, di tutte le nostre genti
Un gesto che risuona ancora come canto di riscossa per l’Europa, per i suoi popoli.

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