Il nostro viaggio in Albania

Lo ammettiamo senza mezzi termini: al mondo esistono ben pochi altri posti che vivono di contraddizioni, opposte esagerazioni e stridenti contrasti come l’Albania, dove a zone iper-urbanizzate (Durazzo, Tirana) si contrappongono contesti totalmente opposti, tra il rurale spontaneo ed il degrado post-comunista, come quelli che abbiamo avuto modo di osservare nel tragitto che dalla capitale politica porta a Kruje, la capitale storica del seminale Principato di Arber, più volte difesa dall’assalto delle soverchianti truppe ottomane dall’eroe nazionale Gjergj Kastrioti Skënderbeu, meglio come conosciuto col suo nome italianizzato, Giorgio Castriota Scanderbeg.
Contraddizioni, dicevamo, come quelle che vedono un tessuto cittadino che contrappone modernissimi grattacieli con blocchi di abitazioni degne delle peggiori conurbazioni post-belliche italiane (e dopotutto, la mefitica matrice socialista è la medesima), ma anche quelle che vedono migliaia di cantieri nella sola prefettura di Tirana – una delle più estese d’Europa per territorio – e gente che vende sul marciapiedi quello che ha di proprio e… quello di qualcun altro, per mettere il famigerato piatto a tavola a fine giornata. Ma come biasimarli? Lo stipendio medio di un militare o di un operaio oscilla tra i 600 e gli 800 euro al mese, come ci raccontavano i tassisti che molto spesso abbiamo contattato per muoverci nella e tra le città, quello di un ufficiale o di un capocantiere è poco più alto, ma i prezzi sono settati per il turista e sono identici a quelli delle nostre città.
Ma le somiglianze non finiscono qua: Tirana nasce come “capitale degli albanesi” solo agli inizi del ventesimo secolo – per via della sua centralità geografica – e specialmente dopo la conquista italiana, allorquando furono chiamati i migliori architetti ed urbanisti del tempo per definirne il centro e la struttura: Di Fausto, Bosio, Brasini e Morpurgo (tra gli altri) diedero forma e sostanza all’attuale quadrante che ingloba Viale Martiri della Nazione (nata come Viale dell’Impero), che collega Piazza Scanderbeg all’ex Casa del Fascio, oggi sede dell’Università Politecnica, su cui si stagliano tra gli altri il Palazzo Presidenziale (Bosio, 1936), il Palazzo del Primo Ministro (Bosio, 1938), della Banca d’Albania (Morpurgo, 1938), nonché la splendida “Arena Kombëtare”, stadio che ospita le partite della nazionale di calcio albanese, costruito sulle spoglie del precedente del 1939 sebbene l’edificio che più cattura l’occhio sia la Piramide di Hoxha, monumento celebrativo del dittatore comunista albanese, ossessionato dall’Italia tanto da aver disseminato il territorio albanese di decine di migliaia di casematte (una in ottime condizioni sta proprio su Viale dei Martiri) e bunker, un paio dei quali visitabili come attrazioni turistiche.
Altra attrazione turistica di un certo rilievo sono state le manifestazioni contro il premier Rama, ad una delle quali abbiamo avuto il privilegio di assistere direttamente dal balcone del nostro appartamento al sesto piano: davanti una folla abbastanza composta ed istituzionale che gridava “Rama Ik” (Rama vattene) e che vedeva tra gli altri anche la presenza dell’ex premier Berisha, dietro un gruppetto un po’ più atletico che lanciava petardi e faceva sentire la propria presenza nella maniera più folkloristica possibile, specialmente nei pressi della casa dell’amatissimo ex dittatore Hoxha. Ci è dispiaciuto constatare che in mezzo alle (poche) bandiere con la gloriosa aquila albanese facesse capolino il cencio a stelle e strisce, onnipresente in questo settore d’Europa, ma tant’è.
Dopo cinque giorni di bagordi non ci resta che tornare a casa ed ovviamente ci riaccompagna all’aeroporto uno degli innumerevoli tassisti o presunti tali che più o meno legalmente operano questo mestiere: ha oltre quarant’anni, è di quella generazione che durante gli anni ‘90 ha visto il nostro paese come la terra promessa, ragion per cui parla benissimo in italiano ma ci tiene a dire che, avendo girato l’Europa dopo sette anni nel Bel Paese, riesce a relazionarsi perfettamente anche con tedeschi, francesi e spagnoli, a differenza dei nuovi giovani albanesi, che ormai si stanno standardizzando culturalmente sulle partiture anglosassoni e non parlano altre lingue né conoscono altre culture.
Già, nemmeno l’italiano.
Questo è il dato che ci ha fatto più riflettere: negli ultimi 20 anni abbiamo totalmente perso appeal rispetto ai nostri dirimpettai al di là dell’Adriatico, che preferiscono lidi meno accoglienti ma più remunerativi (evidentemente) o percepiti come migliori a tutto tondo, siano essi della germanosfera od il mondo anglosassone, ignorando quanto avviene a meno di 100 km dalle loro coste, e sebbene gli ultimi anni abbiano rivisto una certa ripresa dei rapporti bilaterali tra Albania ed Italia non ci si può che rammaricare di aver perso uno dei pochi ambiti dove il soft power italiano (sotto forma di grande impresa e grande capitalismo) aveva attecchito in maniera decorosa, con buoni risultati in termini di integrazione, e che aveva arricchito reciprocamente – caso più unico che raro – i due paesi, sebbene ci sia un ambito dove il legame tra il nostro popolo e quello albanese sembra mantenersi sorprendentemente saldo cioè nel sottobosco della militanza identitaria e nazionalista.
Durante il nostro soggiorno abbiamo avuto modo di trascorrere una serata, tra conversazioni informali e immancabili boccali di birra, con alcuni membri di “Albanian Third Position”, realtà radicale che, a quanto ci è stato riferito, rappresenta una delle poche organizzazioni strutturate di questo ambito presenti nella nazione.
Il riferimento alle esperienze politiche italiane appare evidente già nella denominazione scelta e sono stati loro stessi a sottolineare il ruolo centrale che autori come Evola hanno avuto nella formazione ideologica del gruppo. Nonostante la giovane età, i militanti incontrati si sono dimostrati sorprendentemente preparati e determinati nel voler superare un nazionalismo puramente sciovinista, rivendicando piuttosto una visione che ambisce a una collaborazione tra i popoli europei di fronte alle sfide comuni del presente.
Ci siamo congedati con la promessa di rivederci a Roma in occasione del White Rex, con l’intenzione di ricambiare l’ospitalità e la cordialità dimostrateci da questi camerati albanesi, testimoni di una rete di relazioni politiche e culturali che continua a sopravvivere al di là delle vicende ufficiali delle rispettive nazioni.

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