Di Tony F.
Roma, 12 marzo 1980. Via Federico Tozzi non è solo una strada di periferia, è un confine. Da una parte la vita di un giovane di ventisette anni che si sveglia all’alba per andare a guadagnarsi il pane come fattorino al Secolo d’Italia; dall’altra l’odio cieco di chi ha deciso che quel ragazzo non ha il diritto di respirare.
Angelo Mancia non era un uomo qualunque. Era, nel senso più profondo e nobile del termine, un fascista di razza. Una definizione che oggi spaventa i tiepidi, ma che per lui significava una cosa sola: coerenza assoluta tra il dire e il fare. In un quartiere come Talenti, dove l’egemonia rossa pretendeva di dettare legge e di marcare il territorio, Angelo era la sfida vivente, l’eccezione che non si lasciava intimidire.
L’impossibile resa
I suoi nemici lo sapevano: Angelo non si sarebbe mai piegato. Non c’erano minacce, scritte sui muri o aggressioni verbali capaci di scalfire quella corazza fatta di ideali antichi e coraggio moderno. Era una tempra d’acciaio, forgiata nel quotidiano servizio alla sua comunità e nella gestione della sezione del MSI, un avamposto di libertà in un mare di ostilità.
Per questo, chi voleva metterlo a tacere non ha cercato il confronto, ma l’agguato. Solo una pistola poteva piegare Mancia. Solo la viltà del fuoco alle spalle poteva interrompere quel cammino fiero. Hanno dovuto usare il ferro freddo per fermare il calore di un uomo che viveva la politica come una missione, non come una carriera.
Un martire del dovere e dell’idea
Vivere da “indesiderato” nel proprio quartiere richiede una forza d’animo che pochi possiedono. Angelo la possedeva. La sua colpa? Essere un punto di riferimento, essere il Segretario che non arretrava, essere il lavoratore che portava il giornale della sua parte politica nelle case di Roma.
Era il coraggio del quotidiano e la sua non era una sfida gridata, ma una presenza costante. Era circondato dai “compagni” che monitoravano ogni suo passo, Angelo rispondeva con la fermezza di chi sa di essere nel giusto.
La sua morte non è stata un incidente della storia, ma il prezzo pagato da chi sceglie di non rinnegare mai se stesso.
Il suo omicidio fu rivendicato dalla Volante rossa con una telefonata a Repubblica: «Qui compagni organizzati in Volante Rossa. Abbiamo ucciso noi il boia Mancia. Siamo scesi da un pulmino posteggiato lì davanti». Nel 1951 gli assassini della “Volante rossa” partigiana furono condannati all’ergastolo, ma erano già tutti latitanti, e di loro non si seppe più nulla. Tutto come da copione.
Ci sono uomini che nascono per essere pilastri: quando cadono, il vuoto che lasciano non si colma con le parole, ma con il silenzio rispettoso di chi ne riconosce la grandezza.
Angelo Mancia rimane oggi il simbolo di una gioventù che ha preferito il pericolo alla comodità, l’ideale al compromesso. Un fascista di razza che il piombo ha reso immortale, lasciando ai posteri l’esempio di una schiena dritta che nemmeno la morte è riuscita a piegare.

