
Napoli oggi vive un paradosso accecante. Anzi, a giudicare da come lo si vive, diremmo meglio assordante. Da un lato, ci specchiamo nell’immagine di una capitale del turismo che “supera Parigi”, ci esaltiamo per le regate veliche e sogniamo lo stadio Maradona tirato a lucido per gli Europei; dall’altro, però, la realtà bussa alla porta della nostra salute con la forza d’urto dei decreti di chiusura dei NAS.
Il recente allarme lanciato dall’ospedale Cotugno su quella che viene definita una vera e propria “pandemia di epatite alimentare” non è solo una notizia di cronaca sanitaria: è lo specchio di un fallimento identitario.
L’Inganno dell’Apparenza
Fa male ammetterlo, ma se i controlli stanno portando alla chiusura di pizzerie e ristoranti “noti”, cosa sta succedendo in quei retrobottega invisibili dove il controllo sociale non arriva? In quelli che, il perbenismo interessato, l’accoglienza indiscriminata e la svendita di ogni valore identitario ce li fa chiamare quali etcnici, che sorgono come funghi e poco importa se “cuzzetiell” nemmeno lo sanno pronunciare o “pippiare” può soltanto essere lo scimmiottamento di un nostalgico modo di arrangiarsi per chi è lontano da casa e in attesa di sistemarsi definitivamente in città con le cittadine.
La nostra millenaria cultura del cibo, vanto mondiale, non può e non deve essere ostaggio della cattiva conservazione o, peggio, di fonti acquifere sospette e pesce crudo gestito senza scrupoli.
Eppure, la reazione media sembra anestetizzata. Siamo diventati un popolo che cerca la verità nei 15 secondi di un video su TikTok; si appassiona alle crociate social contro i parcheggiatori abusivi, identificandoli quali l’unica panacea della città, mentre il rischio biologico finisce nei piatti di tutti; accetta passivamente un racconto mediatico “edulcorato” per non disturbare il manovratore o il flusso turistico.
Dove sono le voci critiche?
La domanda sorge spontanea: dove sono finiti i grandi d’inchiesta? Dove sono Report, Fanpage, La7 o le grandi firme nazionali quando si tratta di scavare nel fango che minaccia la salute dei napoletani? Sembra che il dogma del “Napoli record di presenze” abbia imposto una sorta di sordina. E pure qualche paraocchi, visto che il boom di presenzesi dai palazzi è stato sostituito al termine di “organizzazione”, diventato sinonimo di “ammuina”. I giornalisti locali, spesso troppo impegnati a tessere le lodi di una “rinascita” che brilla solo in superficie, sembrano aver dimenticato il ruolo di cani da guardia del potere e della salute pubblica.
Un’Identità da Ritrovare
Essere napoletani non significa difendere la città a prescindere, nascondendo la polvere sotto il tappeto delle kermesse internazionali. L’amore per Napoli lo si dimostra pretendendo che il “buono” che vendiamo al mondo sia anche “sano” per chi ci vive.
Non possiamo permettere che l’immagine della città sia una facciata di cartone pressato dietro cui si nascondono emergenze sanitarie da terzo mondo. La nostra identità è fatta di dignità, non di compiacenza. Se vogliamo davvero superare Parigi, iniziamo dal pretendere trasparenza, controlli serrati e un’informazione che non faccia sconti a nessuno. Nemmeno ai “supereroi” della domenica o ai governanti del momento.
Perché se la salute dei cittadini viene svenduta sull’altare del marketing turistico, abbiamo già perso la sfida più importante: quella con noi stessi. Non se ne può più uscire dicendo che l’epatite alimentare a Napoli è endemica, così come il valore aggiunto della inimitabile caffè è l’acqua che spesso non è pura, per non dire inquinata, e lo vendiamo come prodotto doc, come eccellenza tipica e topica. Magari utopica. La cazzimma è l’arte del napoletano, ma non è l’unica, non è certo il modo di arrangiarsi che diventa un modo di essere; la cazzimma, se è arte distintiva, è un’arte che mal si addice alla politica, anche perché il primo cittadino napoletano non è, per cui dalle istituzioni si pretende almeno trasparenza, se non serietà, capacità in luogo di un altro elemento identificativo quale quello di farsi sicc’ pe’ nun mori’.
Non ci si può accontentare del chiedere perdono a mezzo stampa per la morte del piccolo Domenico all’ospedale Monaldi, vanto di questa città, così come lo è il Cotugno che è stato preso come modello in tempo di Covid, e, poi, solo poi dagli stessi giornali dire che si è appreso la notizia del trapianto dalla stampa; tu che sei Presidente della Regione e che, come un buon De Luca qualsiasi, hai conservato per te la delega quale commissario speciale alla Sanità, ma soprattutto sei sceso in campo quando si è trattato di interessarti all’uomo che si riconosceva donna che età solo un uomo che non si riconosceva tale, ricordo alle cure dell’ospedale Ruggi di Salerno e che tu stessi hai sistemato.
Però oggi, anzi (già) ieri un napoletano ha vinto Sanremo per cui cantamm e accussì tiramm’ a campa’? Parafrasando quell’american-Napoliboy di Sal Da Vinci “Per sempre no”.
Tony Fabrizio
