Mussolini e l’altra storia

Si è tenuto il 14 febbraio, al Circolo della Stampa di Avellino, uno degli ultimi appuntamenti campani – che si sono chiusi lunedì 16 a Benevento e che proseguiranno in Puglia – organizzati per presentare il libro scritto da Caio Giulio Cesare Mussolini, dal titolo “Mussolini e il Fascismo – L’altra Storia”, primo volume della tetralogia che parte dalla nascita del Fascismo sino ad arrivare alla conclusione del secondo conflitto mondiale.

L’appuntamento di Avellino ha visto chi scrive, presente al tavolo dei relatori ed è proprio per questa ragione che non è mia intenzione porre l’accento sulla grande affluenza registrata o su come si sia egregiamente svolto il susseguirsi degli interventi all’incontro, da quello di Giuliana de’ Medici Almirante a quello dell’On. Gianfranco Rotondi, questo credo si possa leggere su qualsiasi organo di stampa locale. Credo invece che alcune riflessioni meritino di essere fatte e vorrei condividerle con chi mi legge.

“Mussolini e il Fascismo”, questa è la prima parte del titolo del libro scritto dal pronipote del Duce. Due parole che vengono utilizzate dal regime liberal-democratico, dal consenso pressoché universale, come sinonimi di male assoluto. Si dà del fascista a chiunque abbia un’opinione che si discosti, anche in minima parte, da quella della comune vulgata infarcita da concetti vuoti e informi che costituiscono l’architrave sui cui è fondato quel grande progetto di omogeneizzazione  e livellamento confezionato con l’unico scopo di far tacere chi vi si oppone.
Bisognerebbe invece poter affermare, in totale libertà e fuori da ogni accusa di apologia, che il Duce fu un Uomo che assolse il suo compito su questa terra contro il caos del suo tempo con un unico obiettivo: ottenere il meglio per l’Italia e gli italiani. E lo fece attraverso quella grande trasformazione chiamata Rivoluzione Fascista che dall’Italia si propagò in tutta Europa. Questo è un fatto, come è un fatto che abbia operato quella trasformazione anche attraverso la costituzione di un Governo attingendo a quanto c’era di meglio all’epoca in Italia, sia che fosse fascista o che non lo fosse.
Queste sono dinamiche difficili da comprendere (o da dover ammettere) da parte dei politicanti di oggi, quelli dai campi larghi e dalle grandi alleanze. Gente che difende le proprie poltrone senza una visione ideale, anteponendo in maniera quasi sfacciata il proprio tornaconto al bene della Nazione. Nazione che, tra l’altro, hanno completamente svuotato di significato e valore, con le loro politiche di accoglienza sfrenata in nome di un meticciato universale e di una globalizzazione che, badate bene, vede tutti sconfitti nelle proprie sovranità limitate. Non importa chi siano stati i vinti o i vincitori, gli allineati o i non allineati. Non c’è differenza. Hanno distrutto l’Europa nella sua fisionomia.
Si, perché una cosa va detta: alla fine della Seconda Guerra mondiale i popoli hanno smesso di essere Popoli per diventare dei “conglomerati populizi” – come scrisse Piero Buscaroli – cancellando non solo dal proprio vocabolario ma anche, e soprattutto, dal proprio ideario il concetto di Nazione che porta con sé quel bagaglio di idee, valori e tradizioni che gli appartiene per “destino”. La prima verità abbandonata, o meglio, cancellata nel dopoguerra è stata proprio questa: la Nazione; attraverso un’opera di rieducazione che ha avuto la propria genesi nel Processo di Norimberga la cui durata è stata di un anno, dal 1945 al 1946, ma che si continua a propagare come un virus, nonostante siano trascorsi cento anni dalla sua conclusione, infettando l’Europa intera.

“L’altra Storia” è la seconda parte del titolo del libro di Caio Giulio Cesare Mussolini. Quella Storia che il Processo di Norimberga ha completamente riscritto togliendo peso e valore alle parole di una parte ed assegnandoli in via esclusiva alle parole dell’altra.
Norimberga, come giustamente ha sottolineato Piero Buscaroli, non soltanto ha deciso la verità del dopoguerra, ma ha anche inciso sulle istituzioni, sulle costituzioni, sulle armate, sugli assetti ideologici e politici. Una falsificazione storica ad opera di una falsa giustizia.
Maurice Bardéche, che sposò Suzanne, la sorella di Robert Brasillach giustiziato dai tribunali dei “liberatori democratici”, nel 1948 scrisse “Nüremberg ou la Terre Promise”, libro di cui fu interdetta la vendita e che gli costò una condanna ad un anno ma che Leo Longanesi – che inventò e progettò il revisionismo in Italia – tradusse in italiano con il titolo “I servi della democrazia”.
Il Processo di Norimberga, scrive Bardéche, rappresenta l’inizio di quel nuovo modo di attuare la “giustizia” secondo cui il vincitore, indossata la toga sopra la divisa militare, non si limita a togliere il dominio al vinto; non si accontenta di ucciderlo ma pretende di giudicarlo secondo criteri corrispondenti a quelli che lui ha deciso appartengano alla “morale universale”.
Si è preteso, e si pretende ancora oggi, di operare un giudizio morale alla luce di ciò che si è deciso fosse giusto e sbagliato secondo una visione partigiana dell’analisi di fatti storici.
E Norimberga continua a mietere le sue vittime ancora oggi, dalle aule dei tribunali alle redazioni dei giornali, dagli studi televisivi dei talk show alle cineprese dei registi, dagli scranni di Montecitorio alle cattedre delle scuole e delle università.

Virgilio scrisse: “ricercate l’antica madre”. Questo è il nostro compito, ossia ricostituire quelle verità abbandonate, perdute e mistificate riconsegnandole allo spirito di giustizia e libertà di cui sono pervase per natura. A quei valori che, per definizione, in quanto tali, sono eterni e non possono essere circoscritti in un determinato periodo storico, che non hanno inizio e non avranno fine. Gli stessi valori eterni ai quali la Rivoluzione Fascista si è ispirata e ai quali, ancora oggi molti uomini e donne che conservano una “forma” contro il caos si ispirano, e anche questo è un fatto.
Studiare la storia, la genesi e il susseguirsi degli eventi e le sue ragioni con onestà intellettuale e serietà. Studiare la storia non come esercizio di raccolta di aneddoti da raccontare per poter dire “… si, ma ha fatto anche cose buone!” ma per aver la capacità di contrastare e smentire, attraverso la conoscenza dei fatti, con sicurezza e fermezza, le corbellerie ripetute a pappagallo dai “servi della democrazia” di cui Bardéche ha scritto. Non facciamoci diseducare alla verità, cerchiamola, inseguiamola e dopo averla trovata, diffondiamola. Combattiamo per Essa senza sosta e in ogni sede che ci prenderemo se non ce la concederanno. Questo è il minimo che possiamo fare: difendere la memoria e l’onore di chi ci ha preceduto, di chi condivide ancora con noi la stessa “trincea” anche se in spazi e tempi diversi.

Valentina Carnielli

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *