A volte parlare di un luogo fisico solo per raccontarne gli aneddoti negativi o qualche fattaccio di cronaca sembra quasi diventare uno sterile esercizio da ciclostile; tuttavia, quando ad essere colpita è la memoria collettiva di una comunità allora il tutto assume un risvolto inquietante quando non grottesco.
Il fatto: il 26 gennaio 2026 degli infami si introducono nella sede del Civico Museo di Storia Militare di Aversa, curato dal buon Salvatore Di Chiara, collocato all’interno di uno spazio nella bellissima cornice dell’ex Macello, su via Lennie Tristano, perpendicolare a via Corcioni, la via dello struscio e della movida. Viene rubato praticamente tutto, vengono distrutte le teche, frantumate le cornici, addirittura portata via una bicicletta da Bersagliere Ciclista del 1916, oltre che… una parte dei pluviali degli altri edifici.
Per il Museo è come tornare all’anno zero, a quel 2013 che vide la nascita di questo progetto da parte del sodalizio di “Gioventù Aversana”, associazione attivissima nel conservare e nel tramandare la memoria storica degli eroi dell’agro aversano, ospitando numerosissime scolaresche che possono confrontarsi coi nostri Padri, con chi ha dato la sua vita per difendere la nostra Patria e per conoscere quelle vicende che probabilmente sono oggetto di studio attingendo direttamente alle fonti primarie: registri, foto, pubblicazioni, manoscritti e cimeli di quell’epoca, tra cui la divisa dell’ammiraglio Francesco Ruta, pluridecorato al Valor Militare durante la Seconda Guerra Mondiale e comandante della NATO per il Mediterraneo centrale.
Al netto dell’atto in se, è agghiacciante (anzi, grottesco, appunto) lo spesso alone d’indifferenza che ha avvolto non solo la vicenda in quanto tale, per la quale c’è stato il solito postumo ed inutile cordoglio da parte degli amministratori locali, ma l’iter attraverso cui si è arrivati a questo: il MusMil doveva andarsene da lì ed era in attesa da tempo di una nuova casa, che sarebbe potuta essere presso la ex Casa del Fascio di Aversa, recentemente ristrutturata e rifunzionalizzata, cosa che avrebbe evitato le intrusioni di balordi, prontamente segnalate alle autorità, che già si succedevano da Novembre 2025. La fortuna (nella sfortuna) è stata che proprio per questo motivo una piccola parte dei cimeli era stata portata via, ma tra un “poi si vede” e l’altro è successo l’irreparabile, una evento ampiamente annunciato ma totalmente sottovalutato, come se di certe memorie, di certi ricordi, di determinati pezzi del nostro passato non interessasse a nessuno se non a chi se ne occupa direttamente, come se un lasso di tempo che va dal Risorgimento alla fine della II Guerra Mondiale non appartenesse ad una comunità come retaggio diretto ed ispirazione, ma solo come paragrafetto da studiare dal tomo di storia.
Non abbiamo dubbi che il Museo risorgerà dalle sue ceneri, alimentato come è dall’amore sconfinato per la nostra storia da parte di chi lo ha allestito e lo gestisce, ed ancor meno dubbi abbiamo avuto quando, alzando gli occhi, abbiamo visto una delle pochissime cose non portate via durante il furto: la bandiera che fino al 2010 vegliava sui caduti del Sacrario dell’Armata Silente.
Ecco, il nostro auspicio per la rinascita del MusMil potrebbe partire esattamente da quella bandiera: gloriosa, indomita, immortale.







