A Quentin

Di Palmentano Napolitano

Quella che mi trovo a scrivere oggi è una storia che mai avrei pensato di raccontare.

E’ la storia di un ragazzo di 23 anni brutalmente assassinato per le sue idee.

E’ la storia di Quentin, un militante nazionalista francese, colpevole solo di aver cercato di difendere delle ragazze con le sue stesse idee dall’aggressione di un gruppo antifascista francese.

E’ la storia del suo sorriso stampato su quelle foto che sono ora fisse nella mente di tutti noi, quel sorriso di fresca gioventù che sembra quello di Sergio e dello stesso terribile destino che ha colpito entrambi.

E’ la storia di un video atroce dove un branco di iene si accanisce sul corpo di un ragazzo al suolo, inerme, infierendo sulla sua testa a calci e pugni mentre è riverso immobile sull’asfalto.

E’ la storia della rabbia che sale dentro ognuno di noi, che gonfia le vene del collo fino ad arrivare alla testa che sembra voler esplodere riguardando ancora una volta quelle scene.

E’ la storia del silenzio assordante di media e giornali, gli stessi che urlano al ritorno del Fascismo quando in una pista di pattinaggio parte per caso un vecchio motivetto o quando l’urlo del presente squarcia il silenzio di una sera di gennaio o di aprile.

Di giornalisti e politici che ogni giorno, in ogni salotto televisivo ragliano del loro antifascismo come una clava da usare contro l’avversario di turno e di quanti ancora nelle piazze cantano che “uccidere un fascista non è reato”.

Perché è questa la storia di Quentin, è la storia di un ragazzo fiero delle sue idee che ha scelto di battersi ogni giorno per ciò che riteneva giusto, che ha scelto l’impegno quotidiano nel mondo del “chi te lo fa fare” e dei trend su instagtram, che ha scelto di non fuggire e di rischiare la sua stessa incolumità per difendere poche ragazze davanti ad una soverchiante, feroce e “così democratica” folla di antifascisti.

Questa è la storia di cui devo parlarvi oggi, ma nessuna storia emerge dal nulla, le storie hanno sempre un’origine e un antefatto.

Certe storie nascono da maestri e professori che insegnano ogni giorno che “quelli là” non sono esseri umani, sono il male assoluto e le loro non sono idee, ideali, sono “la negazione delle idee”.

Crescono quotidianamente con le foto al contrario e i richiami a piazzale Loreto e si rafforzano con l’impunità garantita ad ogni azione violenta dei collettivi e degli antifascisti, quando i parlamentari di tutta l’opposizione arrivano ad occupare le stesse sale del Parlamento per impedire agli altri di entrare o di esprimere le proprie idee o un presidente di municipio si presenta fuori da una conferenza cercando di convincere il proprietario dell’albergo a disdire gli spazi concessi non perché la conferenza sia in alcun modo illegale ma per mere autoproclamate e non argomentate ragioni di “opportunità”.

Questa è la nostra storia, di noi che non dimenticheremo mai il volto di Quentin, né il suo coraggio, il suo esempio o il suo innocente sorriso, così come quelli di Sergio, di Franco, Francesco, Stefano e dei tanti, troppi, altri loro fratelli.

A noi spetta conservarne ed onorarne la memoria.

A noi spetta essere degni del loro esempio con le nostre azioni, perché loro saranno con noi ogni giorno, spronandoci nei momenti di stanchezza, accompagnando la nostra mano mentre prepariamo la colla o stendiamo un manifesto, brindando con noi ad ogni vittoria e rimanendoci accanto nei momenti più difficili.

A noi spetta soprattutto contenere quel sentimento di rabbia, così umano, rifiutando quella spirale di odio e vendette e quel gioco al massacro in cui qualcuno avrebbe il piacere di trascinarci, tenendo fede ogni giorno agli ideali che portiamo nell’animo senza arretrare di un metro al latrare della canea avversaria, con quel coraggio e quella fermezza che Quentin ci ha mostrato. 

QUENTIN PRESENTE!

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